Rebranding nel B2B: fattori endogeni ed esogeni che stanno cambiando il mercato

È facile parlare di un’attività di Rebranding nel mondo B2C, ma nel B2B? Come stanno davvero le cose in Italia?

Il Rebranding nel B2B è una strada fondamentale in alcuni momenti particolari dell’impresa.

Alcuni imprenditori sentono l’esigenza in maniera autonoma, altri invece vengono incalzati dalla forza commerciale (com’è successo spesso tra i nostri clienti)  che necessita di nuovi strumenti di comunicazione maggiormente idonei ai moderni standard di vendita.

Tre fattori indicatori per attuare un Rebranding:

  • l’azienda ha avuto richieste in nuovi settori di sviluppo (come nel caso di un nostro cliente che dal medicale ha colto alcune opportunità che stanno emergendo nel settore del wellness);
  • l’azienda sta vivendo un momento di crescita (anche strutturale) e sente la necessità di dare un volto più moderno alla sua storicità;
  • il brand attuale non dispone degli strumenti commerciali adeguati per affrontare i nuovi settori da presidiare e servire.

Tralasciando tutto il mondo VISUAL che lascio a chi di competenza, personalmente mi concentro su quattro passaggi principali – specifici per il settore B2B – da intraprendere in ottica di Rebranding:

FATTORI ESOGENI

  1. Oggi i Social Media ci danno un metro di misura indispensabile per captare alcune micro-tendenze settoriali a partire dai feedback degli utenti. Spesso infatti, nonostante nel mondo B2B gli interlocutori d’acquisto siano ruoli di responsabilità, è possibile elaborare alcuni dati provenienti direttamente dagli influenzatori (ad esempio, attraverso l’ascolto di alcune conversazioni online ci siamo resi conto delle potenzialità effettive di un mercato e siamo così risaliti alle aziende produttrici ricavandone diverse informazioni di settore – nel caso specifico normative e sicurezza);
  2. Il piano strategico necessità di analisi e scenari futuristici (con uno sforzo quindi creativo), tuttavia è anche necessario partire dalle “richieste presenti” comprendendo se sono solo “casi sporadici” oppure potenziali settori davvero appetibili. Un’analisi SWOT ben fatta è ancora un buon punto di partenza.

FATTORI ENDOGENI

  1. Un piano di rebranding impatta necessariamente anche all’interno dell’azienda. Dovranno essere coinvolti i dipendenti, bisognerà insegnare loro ad utilizzare i nuovi strumenti digitali in ottica di Employer Branding per far sì che il risultato all’esterno (e di conseguenza il percepito) possa potenziarsi in maniera naturale.
  2. Un piano di rebranding va gestito necessariamente dal board dell’azienda per supportare tutti gli attori del cambiamento al nuovo assetto aziendale. Non sempre infatti la psicologia di ogni dipendente è davvero pronta al cambiamento, pertanto spesso si comprende la necessità di una figura di supporto al delicato momento da affrontare (sia esso un Business Coach, un Mental Coach, oppure una figura di esperienza di management e/o temporary management).

Le aziende B2C hanno confidenza con questi concetti, ma nel B2B cosa sta succedendo?

Lavoro con le imprese dal 2007 e qualcosa mi dice che finalmente siamo davvero ad una svolta, dalle richieste che arrivano qui in azienda è chiaro che il mercato è cambiato nella giusta direzione. Anche le PMI italiane stanno cogliendo questa grande opportunità che necessita sì di investimenti, tuttavia fondamentali per il rilancio del nostro importantissimo know how italiano.

 

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